2025 · Fondazione Donà dalle Rose · VeneziaFondazione Donà dalle Rose · VeneziaFondazione Donà dalle Rose · 威尼斯

Exodology出离学

“My last show was a purification.” Solia covered several of his historical collages in white, letting a new symbolic nucleus emerge, a trinity of pictograms that significantly reoriented his research. Curated by Chiara Modìca Donà dalle Rose.

Works on display included Atheist Trinity 1 & 2, Self Portrait N4, JD, The Popeslayer, Kamikaze, Nostalgia, Soul and Polaroid.

«L’ultima mostra che ho fatto è stata una depurazione». Solia ha ricoperto di bianco alcuni collage storici, facendo emergere un nuovo nucleo simbolico, una trinità di pittogrammi che ha riorientato la sua ricerca. A cura di Chiara Modìca Donà dalle Rose.

In mostra, tra le altre: Atheist Trinity 1 e 2, Self Portrait N4, JD, The Popeslayer, Kamikaze, Nostalgia, Soul e Polaroid.

“我做的上一场展览是一次净化。” Solia 将若干件历史拼贴覆以白色,让一个新的象征核心浮现——一组三联的象形符号,显著地重新定向了他的研究。由 Chiara Modìca Donà dalle Rose 策展。

YearAnno年份2025
LocationLuogo地点Venezia

01ImagesImmagini图像

02In depthApprofondimento深入解读

“Exodology”, a fusion of “exodus” and “-logy”, is the name Leone Solia and curator Chiara Modìca Donà dalle Rose gave to the artist's journey through the history of the Fondazione Donà dalle Rose, beginning with his residency at Palazzo Donà dalle Rose in Venice and continuing toward Palermo. The idea of exodus binds past, present and future, moving beyond the artist's own story to touch the reasons for departure and the way human experience intersects with nature, animals and environment.

At the heart of the show is a trilogy of pictograms, an “atheist trinity”, through which Solia condenses the metaphors of life, between the sacred and the simply human. Rereading old books, newspapers and archives, he cuts, selects and recomposes existing images into a new timeline, dissolving chronology so that distant worlds coexist.

The full curatorial essay and interview by Chiara Modìca Donà dalle Rose, together with Fabio Scrivanti's essay “Atheist Trinity”, are available in the Italian version above, an English translation is on the way.

Exodologia è l’associazione di due parole, “esodo” e “logia”, con cui Leone Solia ed io abbiamo soprannominato il suo viaggio dentro la storia della Fondazione Donà dalle Rose, partendo da questa sua prima lunga tappa in residenza a Venezia a Palazzo Donà dalle Rose che preannuncia il nostro imminente viaggio, in macchina ed in nave alla volta di Palermo, a Palazzo Modìca Donà dalle Rose (palazzo Imperatore de Gaetani dei Principi di Bastiglia) dove inizierà una nuova avventura, sempre in seno alle attività della Fondazione.

L’idea dell’esodo unisce la storia di ieri, oggi e domani trascendendo dalla storia dell’artista che ha rielaborato i temi cari alla Fondazione che da anni crea ponti culturali tra tutte le isole italiane, l’Europa, il bacino mediterraneo, l’Africa, l’Asia ed il continente americano. La parola esodo, nella ricerca artistica a cui è stato chiamato Leone, guarda non solo alla figura centrale dell’uomo soggetto per scelta o per costrizione a lasciare la terra in cui, diventando testimone e vettore vivente della sua cultura, del suo vissuto spazi temporale, ovunque si rechi ma anche alle ragioni ed al su intersecarsi con la natura, gli animali e l’ambiente circostante in cui è vissuto ed ora vive.

La trilogia descritta nei manifesti dell’artista è un atto artistico con cui sintetizza le metafore della vita, tra il sacro ed il semplicemente umano, come la sagoma centrale della trilogia che si lascia trapassare dallo spazio e dal tempo al suo interno, accompagnata dalle due croci, crocevia di infinite vite.

Exodologia non si riferisce solo allo studio dell’esodo in senso storico ma anche a quello emozionale, sociologico ed antropologico.

La segmentazione dell’immagine rubata ad un testo scritto, in realtà è occasione di rinnovo del sapere e del suo rivivere tanto nel suo immaginario quanto nell’orizzonte del visitatore. Le sue opere emigrano ed immigrano in un contesto nuovo, rivivendo, oltre la memoria di chi vissuto questo pezzo di storia, riscoprendo l’antico sapere e le sue potenziali difformità.

Leone è nato in un’era in cui i libri, quelli cartacei, sembravano proprio non avere più una ragione d’essere e quindi, bruciati o dimenticati, venivano visti come la prova di una auspicata tendenza anti ecologica e allo stesso tempo certamente desueta a favore, di una più celere ed immediata nipote, ormai, dell’era digitale.

Tra le mura di Palazzo Donà, nella sua antica biblioteca, tra le maglie della storia, Leone ha ritrovato parte dei dubbi che nel suo silenzioso e metodico errare erano solo in potenza, entusiasmandosi così di come la storia possa rivelare numerose coperte e sipari che con genio e maestria artistica lui può fare riemergere dalla polvere del passato.

Domande a bruciapelo di Chiara Modìca Donà dalle Rose

Leone, cosa volevi fare da grande?

Da bambino volevo fare l’astronauta.

Dove volevi andare? Il più lontano possibile dalla terra, o da casa tua? Dalla terra, non hai paura di morire in mezzo all’universo?

No. Ancora adesso, se mi dicessero che potrei non far più ritorno, partirei lo stesso.

Ma è una forma di incoscienza, perché non avevi realizzato il fatto che puoi morire per mancanza di ossigeno oppure è curiosità?

Certo, no, per curiosità, per curiosità, sì…

Hai letto Il Piccolo Principe?

Sì, ah eh…

Quando hai deciso di fare l’artista?

A tredici anni inconsapevolmente. A venti sono riuscito a mettermi in gioco.

E perché inconsapevolmente? Cosa vuoi dire?

Perché a tredici anni ho iniziato a lavorare nello studio di un artista ed è stato tutto molto travolgente. Mi è subito piaciuto, ma non sapevo quale direzione, che poi la direzione…

Hai lavorato come aiutante?

Sì, ho fatto proprio la bottega dell’arte, dai 13 ai 19.

In che città?

Milano.

Questa tua ricerca attraverso i vecchi libri, vecchi testi, vecchi giornali, guarda solo l’aspetto figurativo delle foto che tu vedi o ti metti a leggere quello che è contenuto?

Leggo sempre. È un po’ come camminare dentro a un grande museo, come quando vai al Louvre, c’è così tanta roba che ti cade addosso… quindi anche pur leggendo non sempre poi ricordo tutto, non ho una grande memoria. Però ormai sono 13 su 25 anni della mia vita che sfoglio, sfoglio, leggo, leggo… questo ha fatto sì che sviluppassi un fortissimo gusto critico, ma soprattutto un legame forte con i libri che esploro e che pur distruggendo sento di ridar loro una vita, quasi come se fossero delle entità vive.

Se avessi cinquecento anni e quindi potresti leggere tutto, lo faresti? Nel momento in cui tu distruggi un giornale o un libro, lo fai, ti senti, la scelta è un gesto artistico o è casuale?

Sì. Ambo le cose. A volte è casuale, ma la casualità fa sempre parte di un processo che dura da tempo. Un quadro non è mai troppo distaccato dall’altro: fanno tutti parte di uno stesso universo, per ora, che è, diciamo, è la distruzione della linea temporale. Anche se molto iconografici, religiosi e sacri, i miei lavori sono figli della teoria della relatività. Il tempo non esiste, quindi io utilizzo le immagini a disposizione della storia dell’umanità per creare una nuova linea temporale, frammenti ove si mischiano mondi che non hanno niente a che vedere fra loro.

Ti definiresti un demiurgo? Quanti anni hai? Hai fatto parte dell’era dei ragazzi che leggevano i giornali? Sei riuscito ad arrivare a leggere i giornali? Il cartaceo lo leggevi?

Sì. Ho 25 anni. Sì, per poco, e solo grazie ai miei genitori, perché ero bambino. Sì. Uno dei ricordi più vividi legati al quotidiano che ho della mia infanzia è il giorno della morte di Gheddafi. Ho proprio questo ricordo impresso. La storia sappiamo che probabilmente era mistificata, questo magari… però quello è un ricordo.

Hai mai provato a leggere un giornale di tuo padre prima di lui? Ti era permesso?

Sì… No, prima di lui no, perché quando io avevo la possibilità di toccare il giornale vuol dire che era già stato letto.

Leggevi tutti gli articoli o aveva un impatto importante il titolo o l’immagine?

Assolutamente; da bambino economia e politica proprio neanche le toccavo.

Ok. Quindi cronaca?

Sì, cronaca internazionale.

Se dovessimo definire il mondo in era dei giovani che sentivano la radio, giovani che guardavano la tv, che leggevano i giornali o che guardano il telefonino, in quale di queste civiltà ti senti di essere?

In quella del telefonino.

Traghettato o pienamente dentro?

Pienamente dentro.

Ti sembra di aver perso qualcosa?

Sì.

Che cosa?

La curiosità. A livello generazionale.

Tu credi che esista una sinistra alla sinistra e una destra alla destra?

Sì, certo, anche se non credo in nessuna delle due. Non più almeno.

Sei mancino?

No, destro.

Il tuo pensiero quindi è destrorso?

No, il mio pensiero…

A livello di mano.

Ah, il pensiero!

Tu credi che il mondo sia fatto per le persone di destra o di sinistra?

Che sia fatto, purtroppo, per gli scaltri e i furbi.

Alcune tue opere sono deliberatamente provocatorie. Tu vuoi provocare l’occhio degli altri oppure c’è un messaggio estremamente profondo e aulico? Cioè, è un modo tuo furbo di venderti o c’è qualcosa dietro?

A volte, come nel quadro su Luigi Mangione o quello su JD Vance, il gioco è quasi puramente provocatorio. Quando assisto alla nascita di una nuova icona, seppur molto irriverente, mi piace giocarci sopra. In altri casi c’è tutto un altro discorso da fare, che è quello sull’indifferenza. Il dipinto ricorda il coinvolgimento dello spettatore al contemporaneo, alla nostra “linea” temporale. Non è possibile chiudere gli occhi. L’opera, che spesse volte rappresenta anche la mia personale rabbia, ti deve guardare dritto all’anima.

E questo, per esempio, con le polaroid di Hitler e la donna nuda? Pensi che lo prenderebbe qualcuno, lo comprerebbe qualcuno, se lo metterebbe in camera?

Non penso, sia per la Donna Nuda che per le Polaroid di Hitler. Anche se quell’Hitler lì nel gioco dell’opera ha perso il suo Hitler, non so come dire, Il suo Hitlerismo, non può veramente scindere da ciò; ed è anche sbeffeggiato dalla bellezza dell’emancipazione.

Esatto. Della femmina. Però allo stesso tempo… Ariana. Ecco perché storci gli occhi guardandolo…

Nel tuo percorso artistico, o meglio, nel tuo esodo, visto che questa mostra si intitola Exodology, sembri esercitare un’arte del vagabondaggio. Esplori la storia attraverso libri, giornali, archivi, e magari scopri cose che credevi diverse, semplicemente leggendole con occhi nuovi. Nel tuo modo di operare alterni materiali e tecniche in modo imprevedibile: un giorno è cartone, un altro fotografie, poi fotocopie, dipinti, immagini digitali da computer o telefono… Insomma, sembri agire tra diversi strati della produzione umana, in modo quasi metafisico. In questo tuo vagare, senti di aver già attraversato delle fasi distinte, per esempio un periodo più politico, poi uno spirituale o religioso, poi magari uno legato alla musica, alla moda, o all’introspezione personale? Oppure senti di essere ancora nella tua “prima fase”, in un unico flusso che non si è ancora frammentato?

Allora, io, pur essendo molto giovane, credo di aver già attraversato tante fasi, avendo avuto la fortuna di iniziare a lavorare nel mondo dell’arte fin dai 13 anni. La prima è stata una fase di apprendimento, da assistente nel grado più basso, in uno studio artistico. A 19 anni, però, ero già arrivato al punto di curare personalmente la rifinitura finale di un quadro, prima che andasse in mostra. Avevo raggiunto una certa maturità, anche “pop”, diciamo, e giravo già l’Italia per lavoro.

Quella maturità si è poi in parte azzerata con il mio primo vero esodo: l’arrivo a Venezia e il taglio dei ponti con Milano. A Milano avrei potuto continuare a lavorare negli studi di altri artisti, avevo già accumulato parecchia esperienza, ma volevo distaccarmi da quell’ambiente, dalla Pop Art, anche se mi aveva dato la possibilità di conoscere persone incredibili. A Venezia è iniziato un nuovo periodo, che io chiamo il periodo delle scoasse, è la mia parola preferita in veneziano. Per riallestire il mio studio ho cominciato a raccogliere di tutto: ferri vecchi, pezzi di legno, sedie, tavoli, scarti che i vecchi della città mi regalavano. E non solo usavo le scoasse nei materiali, ma anche la pittura stessa era una “scoassa”. Noi la chiamiamo così, scoassa. Quel momento per me è stato un nuovo inizio.

La politica, però, è sempre stata presente in tutto il mio percorso. Il mio primo “vero” quadro, il numero uno di Leone Solia, antecedente al periodo veneziano, rappresentava un corteo, una protesta, era una sorta di Guernica in piccolo. Ovviamente non a livello stilistico, ma nell’intento. Quindi forse i miei lavori fanno tutti parte di una grande fase politica. Ora mi trovo nel pieno del periodo sacro.

E quanto ha influito la tua presenza in questo?

Tanto. Per me vivere in questo palazzo è stato come chiudere un cerchio. Sono nato in via Paolo Sarpi, a Milano. Ora mi ritrovo nel palazzo di Leonardo Donà dalle Rose, a dipingere, e continuo un percorso non istituzionale, come quello degli artisti rinascimentali. Non ho mai frequentato accademie o canali ufficiali. Ho fatto la mia formazione in bottega, come si faceva nel Cinquecento, quando un artista affermato prendeva con sé i giovani e li metteva subito a lavorare. E questa residenza, da questo punto di vista, è speciale. A volte mi sento, senza voler fare paragoni, come un Raffaello che lavora per i Medici. È una cosa unica, come unico è stato l’inizio del mio percorso.

Quindi direi che sì, non sono più in una prima fase: ogni passaggio, ogni città, ogni gesto ha segnato un’esplorazione diversa, ed è forse proprio questo il mio modo di vivere l’“Exodology”.

Oggi sento di essere all’inizio di un nuovo periodo, una fase in cui sto lentamente abbandonando il collage, che mi ha accompagnato a lungo, per avvicinarmi a nuovi linguaggi, nuovi medium. C’è una voglia forte di scoprire, di rischiare, di imparare strumenti diversi. Non so ancora dove porterà questo slittamento, ma so che è un passaggio necessario, forse anche inevitabile. È l’esodo che continua, sempre un po’ più a fondo, sempre un po’ più lontano.

Quando ti dicono che ricordi Mimmo Rotella, lo prendi come un complimento?

Certo, è un grande artista. Ma sinceramente non credo di ricordarlo davvero, almeno non nel senso profondo. Se dovessi scegliere un riferimento, mi sentirei molto più vicino a un futurista, a un Sironi, piuttosto che a Rotella. Appartengo a qualcosa di un po’ più antico, più strutturato anche nella visione. Rotella è stato un artista importante, ma profondamente pop. Il suo gesto era quello del décollage: prendeva manifesti dalla strada, li stratificava, poi li strappava per far emergere immagini, quasi come se scavasse nell’anima dell’opera.

Io invece lavoro in modo opposto: non strappo, non tolgo, non distruggo. Ritaglio, scelgo, ricompongo. Prendo elementi visivi già esistenti e li metto in comunicazione tra loro. Nelle mie opere vedo un dialogo tra carta, foto, fotocopie; c’è una relazione costruita con attenzione e precisione. Per ora…

Un’altra differenza tra me e Rotella, secondo me, è la rabbia. Io sento che c’è una furia, un’urgenza verso il contemporaneo che guida il mio lavoro. È una forza che mi spinge a creare. Rotella aveva il distacco elegante del pop. Io invece sento qualcosa di più ruvido, più coinvolto.

A proposito di tecnologia, cosa pensi dell’intelligenza artificiale, della robotica, persino degli umanoidi?

Sono molto felice di quello che sta succedendo. È forse una scoperta che finirà nelle mani sbagliate, anzi, probabilmente è già successo, perché l’uomo ha spesso usato la tecnologia in modo distruttivo. Ma resta il fatto che stiamo assistendo a una rivoluzione paragonabile alla scoperta del fuoco. Se il 90% degli artisti oggi critica l’IA, o ne ha paura, io invece la vedo come uno strumento potentissimo. Come è stato il cinema per i fratelli Lumière, o la macchina fotografica a fine Ottocento. Quando è uscita ChatGPT in Italia mi sono persino messo in fila per provarla, e alla fine ho scritto un libro di duecento pagine con il suo aiuto. Per me è un mezzo che può dare moltissimo all’arte, non toglierle nulla.

Viviamo in un’epoca in cui tutti possono creare. E sì, questo genera un affollamento enorme di opere, molte delle quali scadenti. Ma è giusto così: è il prezzo della libertà creativa. L’intelligenza artificiale aumenterà ancora questa possibilità: sempre più persone potranno esprimersi. Pochi faranno qualcosa di davvero bello, ma è buono che ci sia tanta produzione.

E poi sembrava che le correnti artistiche fossero finite, dagli anni Ottanta in avanti, con il super-pop e un minestrone estetico dove si è visto tutto e il contrario di tutto, ora, finalmente, stiamo assistendo alla nascita di qualcosa di nuovo. Gli NFT sono durati poco, ed erano in larga parte una truffa. Ma adesso siamo ai primi passi di una vera nuova corrente artistica. È come essere davanti alla scalinata di un mondo ancora tutto da costruire, e io ne sono affascinato.

Pensi che questo processo avrà una fine? Una realizzazione definitiva?

No. Mi sembra impossibile concepire una “realizzazione definitiva”, in qualsiasi ambito. Piuttosto credo che arriverà un nuovo e ulteriore Esodo…

A cura di Chiara Modìca Donà dalle Rose

Trinità atea

Nel simbolismo della croce, l’intersezione dei due assi indica il centro del mondo, il punto d’incontro tra il cielo e la terra.Mircea Eliade

In Nomine Patri et Filii et Spiritus Sancti

La tripartizione è parte profondamente costituente della fede cristiana, basti pensare non tanto alla Trinità come concetto di tre elementi riassunti in uno ma, anche a livello narrativo, si può ricordare come tre fossero i doni che vennero portati dai Magi alla nascita di Cristo. C’è una sorta di reiterazione del numero Tre come simbolo profondo di connessione tra Uomo e Spirito, tra Uomo e Dio.

Cardine essenziale della rappresentazione di questa simbologia è proprio la Croce, da essa ritengo si possano porre le basi per una riflessione in merito all’opera di Leone Solia. La Croce, nella sua essenza, incardina la duplice dimensionalità, di cui l’Uomo, Cristo, si fa terzo polo, ente incarnante questa dualità rendendola, ancora una volta, tripartizione, in cui l’asse orizzontale, là dove giacciono le mani esanimi di Gesù, ovvero la sua dimensione più umana, più vera, è simbolo dell’immanenza, della costante permanenza e attaccamento alla mortalità, all’unicità dell’esperire umano. Dall’altro lato, l’elemento verticale, la trascendenza, va dai piedi alla testa e su essa sovrasta l’inscrizione I.N.R.I.: l’Uomo non è solamente ciò che esperisce, ciò che vive, è di più, è corpo ma è anche spirito.

What ever happened to sex, drugs and rock’n’roll? Now we just have AIDS, crack and techno.Laughing Colours, War on Drugs

Cosa accade quando il corpo di Cristo scompare, quando quel simbolo di tensione tra Uomo e Dio si svuota dell’elemento centrale e di connessione? Analizzando il lavoro di Solia ci troviamo esattamente di fronte a questa dinamica: il sovvertimento del ruolo trinitario non più come ente governante, riordinante, demiurgico, Dio non c’è più, Dio è morto.

La contemporaneità, nonostante il vilipendio al Sacro, non ha e non riesce ad abbandonare la dimensione ternaria, quasi fosse un apparato aprioristico del bisogno esistenziale. Esso trova riscontro, come si evince nella breve citazione di un ritornello di una canzone degli anni ’90, in tutta una serie di corrispondenze che, pare, abbiano sostituito il Sacro con un altro Sacro.

Pensiamoci per un secondo. Quando parliamo di Scienza, la nuova fede dell’ultimo secolo, non è possibile non scendere, sebbene accarezzandone unicamente la superficie, nel riconoscimento che anche lì, la sostanza primordiale di tutto, la terna sacra non cessa di esistere. L’atomo, simbolo ultimo della materia (se non scendiamo nel profondo della fisica quantistica), si trova anch’esso determinato da una trivalenza: elettrone, protone e neutrone. Cosa ci indica tutto questo? Ci indica semplicemente che il Tre è essenziale strutturalmente nello sviluppo della vita.

Cosa accade dunque nel lavoro di Solia, in cui la Trinità ritorna ma si veste di ateismo? È forse un atto profanatorio? Forse sì o forse no.

Riprendiamo per un secondo Giorgio Agamben in due estratti di grande valore:

Profanare significa restituire al libero uso ciò che era stato separato nel regno del sacro.Giorgio Agamben, Profanazioni

Quando il Baal Schem, il fondatore dello chassidismo, doveva assolvere un compito difficile, andava in un certo posto nel bosco, accendeva un fuoco, diceva le preghiere e ciò che voleva si realizzava. Quando, una generazione dopo, il Maggid di Meseritsch si trovò di fronte allo stesso problema, si recò in quel posto nel bosco e disse: “Non sappiamo più accendere il fuoco, ma possiamo dire le preghiere”, e tutto avvenne secondo il suo desiderio. Ancora una generazione dopo, Rabbi Mosche Leib di Sassov si trovò nella stessa situazione, andò nel bosco e disse: “Non sappiamo più accendere il fuoco, non sappiamo più dire le preghiere, ma conosciamo il posto nel bosco, e questo deve bastare”. E infatti bastò. Ma quando un’altra generazione trascorse e Rabbi Israel di Rischin dovette anch’egli misurarsi con la stessa difficoltà, restò nel suo castello, si mise a sedere sulla sua sedia dorata e disse: “Non sappiamo più accendere il fuoco, non siamo capaci di recitare le preghiere e non conosciamo nemmeno il posto nel bosco: ma di tutto questo possiamo raccontare la storia”. E, ancora una volta, questo bastò.Giorgio Agamben, Il Fuoco e il Racconto

In primo luogo è bene notare, nel secondo estratto, come ancora una volta si presenti una tripartizione necessaria al rito: luogo, fuoco, preghiera; dall’altro lato è bene notare nella prima citazione, come il processo della profanazione non sia un atto che deliberatamente si infrange contro il sacro e lo annienta anzi, purifica, apre, sposta l’accento verso altre dinamiche possibili.

Proprio qui sta la forza espressiva del lavoro di Solia, un esodo del senso, dal Sacro al Profano che però ritorna Sacro. Ne sono esempio calzante proprio le parole dell’artista:

L’opera, che spesse volte rappresenta anche la mia personale rabbia, ti deve guardare dritto all’anima.

Ecco che in queste poche ma profondissime e densissime parole, si esplicita il ribaltamento messo in gioco da Solia. Se la Trinità, il Sacro, erano elementi di tensione visiva verso cui rivolgerci, verso cui pregare, ricordiamo i russi che dedicavano alle icone sacre l’angolo bello della casa, o le icone votive che venivano portate in viaggio come simboli guida e di protezione -, ora è la Trinità stessa a guardare noi, a sconvolgerci, a spingerci, nel campo agonico della vita, a non fermarci di fronte a quanto accade.

Forse, nel modo più onesto possibile, Solia ci ricorda, anche attraverso i suoi collage, che noi siamo parte di una stratificazione della storia onnipresente nel nostro presente. Non c’è distanza ma c’è sovrapposizione.

E allora, come sosteneva Debord ricordandoci di riappropriarci del nostro presente storico, l’opera di Solia ci investe (quasi fosse lui stesso la Trinità) a non rimanere indifferenti, non diventare ignavi del tramonto del senso che intorno a noi si dispiega.

Forse, davvero, nell’ateismo che Solia vuole rappresentare, sta la più sacra delle forme di permanenza e resilienza. Forse qui, davvero, risuona il canto gramsciano:

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani.Antonio Gramsci, La città futura

La Trinità atea di Solia, in questo suo esodo del senso è allora promessa di azione e di salvezza. Come Dio si è fatto carne, oggi è l’uomo stesso a doversi fare Dio per redimere e salvare, per agire e cambiare.

Testo di Fabio Scrivanti

「出离学」(Exodologia)是「exodus(出离)」与「-logia(学)」两个词的结合,Leone Solia 与我以此为他在 Donà dalle Rose 基金会历史中的这段旅程命名,这段旅程始于他在威尼斯 Palazzo Donà dalle Rose 的这次首度长期驻留,也预示着我们即将展开的旅程:乘车与乘船前往巴勒莫的 Palazzo Modìca Donà dalle Rose(即巴斯蒂利亚亲王 Imperatore de Gaetani 宫),一段新的冒险将在那里展开,同样是基金会活动的一部分。

出离的理念联结着昨日、今日与明日的历史,超越了艺术家个人的故事,他在此重新阐释了基金会多年来所珍视的主题:在意大利所有岛屿、欧洲、地中海沿岸、非洲、亚洲与美洲大陆之间架起文化的桥梁。在 Leone 所投身的这项艺术研究中,「出离」一词,所关注的不仅是那个因选择或被迫而离开故土的人这一核心形象,他无论身处何方,都成为其文化与其时空经验的活见证与承载者,也关注其离开的原因,以及他与所生活、如今仍生活于其中的自然、动物与周遭环境之间的交织关系。

艺术家海报中所描绘的这组三联图形,是一种艺术行为,藉此他将生命的隐喻,凝练于神圣与单纯的人性之间,正如这组三联图形中央的轮廓,任由内部的空间与时间将其贯穿,两侧伴随着两个十字,无数生命的交汇之处。

「出离学」所指涉的,不仅是历史意义上对出离的研究,也是情感、社会学与人类学意义上的研究。

从一段书写文本中窃取而来的图像的分割,实际上正是一次知识更新、并令其在艺术家的想象与观者的视野中重新焕发生机的契机。他的作品在一个全新的语境中迁出又迁入,超越了那些曾亲历这段历史之人的记忆,重新发现古老的知识及其潜在的种种偏差。

Leone 出生于这样一个时代:纸质书籍似乎已不再有存在的理由,因而被焚烧或被遗忘,被视为一种令人期待的反生态倾向的证据,同时也无疑是一种过时之物,让位于如今数字时代那位更迅捷、更即时的「后辈」。

在 Palazzo Donà 的墙垣之间,在其古老的图书室里,在历史的经纬之间,Leone 重新找回了他在沉默而有条不紊的游荡中曾潜藏、尚未化为现实的部分疑问,也因此为历史能够揭示出诸多的遮蔽与帷幕而感到振奋,那些遮蔽与帷幕,他得以凭借天赋与艺术的精湛技艺,令其重新从往昔的尘埃中浮现。

Chiara Modìca Donà dalle Rose 的连珠追问

Leone,你小时候想成为什么?.

小时候我想当宇航员。.

你想去哪里?尽可能远离地球,远离你的家,远离大地,你不害怕死在宇宙深处吗?.

不,即使到现在,如果有人告诉我我可能再也回不来了,我还是会照样出发。.

可这难道不是一种不知深浅,因为你没有意识到会因缺氧而死,还是说这只是好奇心?.

当然,不,是出于好奇,是好奇心,是的……

你读过《小王子》吗?.

读过,啊嗯……

你是什么时候决定要当艺术家的?.

十三岁的时候,懵懵懂懂地。到二十岁,我才真正开始放手一搏。.

为什么说是懵懵懂懂?你是什么意思?.

因为十三岁那年,我开始在一位艺术家的工作室里干活,一切都来得非常猛烈。我立刻就喜欢上了,但当时并不知道方向何在,而所谓方向……

你当时是做助手吗?.

是的,我真的是从十三岁到十九岁,在艺术这门手艺的作坊里摸爬滚打过来的。.

在哪座城市?.

米兰。.

你通过旧书、旧文本、旧报纸展开的这项研究,只关注你所看到的照片的图像层面,还是你也会去阅读其中的内容?.

我一直都在读。这有点像走进一座巨大的博物馆,就像去卢浮宫的时候,扑面而来的东西太多了……所以即便读了,我也不总能全部记住,我记性不太好。但如今,我这二十五年人生中已有十三年都在翻阅、翻阅,阅读、阅读……这让我培养出了一种非常敏锐的批判品味,但更重要的是,我与自己所探索的这些书籍建立了深厚的联结,即便是在摧毁它们的同时,我也感觉自己在赋予它们新的生命,仿佛它们是有生命的实体。.

如果你能活五百岁,从而能够读完一切,你会这样做吗?当你摧毁一份报纸或一本书的那一刻,你所做的、所感受到的,这个选择是一种艺术姿态,还是纯属偶然?.

是的。两者皆是。有时是偶然,但偶然性始终是一个持续已久的过程的一部分。一幅画从不与另一幅画太过割裂。它们目前都属于同一个宇宙,也就是说,是对时间线的摧毁。尽管我的作品充满图像学、宗教与神圣的意味,它们其实是相对论的产物。时间并不存在,所以我利用人类历史留下的现成图像,创造出一条全新的时间线,在其中,彼此毫不相干的世界相互交织的碎片。.

你会把自己定义为造物主吗?你多大了?你算是经历过读报纸那一代年轻人吗?你有真正读到过报纸吗?纸质的你读过吗?.

是的。我二十五岁。是的,读过一小段时间。只是因为我父母,因为那时我还是个孩子。是的。我童年关于日常生活最鲜明的记忆之一,是卡扎菲死去的那一天。这个记忆在我脑中留下了深深的印记。我们知道那段历史很可能被神话化了,这或许……但那终究是一段记忆。.

你有没有试过在你父亲之前先读他的报纸?那是被允许的吗?.

有……不,在他之前不行,因为当我能碰到那份报纸的时候,就意味着它已经被读过了。.

你会读每一篇文章,还是标题或图片会产生更大的影响?.

绝对是后者;小时候,经济和政治版面我几乎从不碰。.

好的。所以是社会新闻?.

是的,是国际时事新闻。.

如果要用这些世代来定义这个世界:听收音机长大的年轻人、看电视长大的年轻人、读报纸长大的年轻人,还是盯着手机的年轻人,你觉得自己属于哪一种文明?.

手机的那一种。.

是被摆渡过去的,还是完全身处其中?.

完全身处其中。.

你觉得自己失去了什么吗?.

是的。.

是什么?.

好奇心。就整个世代而言。.

你相信存在「左翼中的左翼」和「右翼中的右翼」吗?.

当然相信,尽管我对这两者都不再抱有信念了,至少现在不再有。.

你是左撇子吗?.

不,我是右撇子。.

所以你的思想也是偏「右」的?.

不,我的思想……

是就手而言吗?.

啊,是说思想啊!.

你认为这个世界是为右翼还是左翼的人而造的?.

恐怕是为那些精明狡猾、投机取巧的人而造的。.

你有些作品带着刻意的挑衅意味。你是想要挑动他人的目光,还是其中藏着一种极其深刻而崇高的信息?也就是说,这是不是你推销自己的一种狡黠方式,还是背后另有深意?.

有时候,比如那幅关于 Luigi Mangione 的画,或者关于 JD Vance 的那幅,那种游戏几乎纯粹是挑衅性的。当我目睹一个新圣像的诞生时,即便它极为大不敬,我也喜欢在其上做文章。而在另一些情况下,则完全是另一回事,那关乎的是「冷漠」。这幅画提醒着观者与当下、与我们这条时间「线」之间的牵连。人不可能对此闭上眼睛。这件作品,往往也代表着我个人的愤怒,它必须直视你的灵魂。.

比如说,希特勒的宝丽来照片和那位裸女呢?你觉得会有人接受它、会有人买它、会把它挂在自己房间里吗?.

我觉得不会,无论是《裸女》还是那些《希特勒宝丽来》都不会。尽管在这件作品的游戏之中,那个希特勒已经失去了他的「希特勒」,我不知道该怎么说,他的希特勒主义,其实已无法真正与之割裂;同时它也被那种解放之美所嘲弄。.

没错。女性之美。但与此同时……阿丽亚娜。这就是为什么看着它会让人皱眉……

在你的艺术历程中,或者更确切地说,在你的「出离」之中,既然这场展览名为「出离学」,你似乎在践行一种游荡的艺术。你透过书籍、报纸、档案探索历史,或许还发现了一些你原以为不同的事物,只是以全新的目光重新阅读了它们。在你的创作方式中,你以不可预测的方式交替使用材料与技法:某天是纸板,另一天是照片,随后是复印件、绘画、来自电脑或手机的数字图像……总之,你似乎在人类生产的不同层面之间游走,近乎一种形而上的方式。在这场游荡之中,你是否觉得自己已经历过一些截然不同的阶段,比如说一个更偏政治性的时期,随后是一个偏灵性或宗教性的时期,也许还有一个与音乐、时尚,或个人内省相关的时期?又或者,你觉得自己仍处在「第一阶段」之中,处于一条尚未分裂的单一洪流里?.

那么,我虽然还很年轻,但我相信自己已经经历过许多阶段,因为我有幸从十三岁起就开始在艺术世界中工作。第一阶段是一段学习期,在一间艺术工作室里,从最底层的助手做起。然而到十九岁时,我已经能够在一幅画送展之前,亲自负责它最后的收尾修饰。我达到了某种成熟度,甚至可以说是一种「流行」层面的成熟,那时我已经因工作在意大利各地奔波。.

而那份成熟,后来在我第一次真正的「出离」中,被部分归零:那就是抵达威尼斯、斩断与米兰的联系。在米兰,我本可以继续在别的艺术家工作室里干活,我已经积累了不少经验,但我想要与那个环境、与波普艺术保持距离,尽管它也曾让我有机会结识许多了不起的人。在威尼斯,一个新的时期开始了,我称之为「scoasse(废弃物)时期」,这是我在威尼斯方言中最钟爱的一个词。为了重新布置我的工作室,我开始收集各种各样的东西:旧铁件、木块、椅子、桌子,那些城中老人送给我的废弃物。而且我不仅在材料上使用「scoasse」,就连绘画本身也是一种「scoassa」。我们就是这么称呼它的,scoassa。对我而言,那一刻是一个全新的开始。.

然而,政治始终贯穿在我整个历程之中。我第一幅「真正」的画,Leone Solia 的一号作品,早于我的威尼斯时期,画的是一场游行、一场抗议,某种意义上是一幅小型的《格尔尼卡》。当然不是在风格层面,而是在意图层面。所以,也许我所有的作品,都属于一个巨大的政治阶段的一部分。而现在,我正处于「神圣」时期的核心。.

你在这里的存在对此产生了多大影响?.

很大。对我来说,住在这座宫殿里,就像画上了一个圆满的圆圈。我出生在米兰的 Paolo Sarpi 街。如今,我在 Leonardo Donà dalle Rose 的宫殿里作画,延续着一条非建制的路径,就像文艺复兴时期的艺术家们那样。我从未上过学院,也未走过任何官方渠道。我是在作坊里完成的训练,就像十六世纪那样,那时一位成名的艺术家会收下年轻人,立刻让他们投入工作。而这次驻留,从这个角度而言,是特别的。有时,我会觉得自己,虽然不想做类比,像一个为美第奇家族工作的拉斐尔。这是独一无二的,正如我这段历程的起点也是独一无二的。.

所以,我想说,是的,我已不再处于第一阶段:每一次经过,每一座城市,每一个举动,都标记着一次不同的探索,而这或许正是我经历「出离学」的方式。.

今天,我感觉自己正处于一个新阶段的开端,一个我正在逐渐放下伴随我许久的拼贴,转而靠近新的语言、新的媒介的阶段。我心中有一股强烈的渴望,想去发现、去冒险、去学习不同的工具。我还不知道这种转变将通向何方,但我知道,这是一个必要的、或许也是不可避免的过渡。这是仍在继续的出离,总是更深一点,总是更远一点。.

当有人说你让他们想起 Mimmo Rotella 时,你会把这当作一种赞美吗?.

当然,他是一位伟大的艺术家。但说实话,我并不觉得自己真正让人想起他,至少不是在深层意义上。如果要我选一个参照,我会觉得自己更接近未来主义者,接近 Sironi,而非 Rotella。我属于某种更古老、在视野上也更具结构性的东西。Rotella 是一位重要的艺术家,但他极为「波普」。他的姿态是「décollage(撕贴)」:从街头取下海报,层层叠加,然后再撕开,让图像浮现出来,几乎像是在挖掘作品的灵魂。.

而我的方式恰恰相反:我不撕、不去除、不摧毁。我剪裁、我选择、我重组。我拿取已经存在的视觉元素,让它们彼此对话。在我的作品中,我看到的是纸张、照片、复印件之间的对话;那是一种用心、精确构筑起来的关系,至少目前如此……

我认为,我和 Rotella 之间的另一个区别,是愤怒。我感到有一股狂怒、一种面对当下的迫切感在驱动着我的创作。那是一股推动我去创造的力量。Rotella 拥有波普那种优雅的疏离感。而我感受到的,则是某种更为粗粝、更为投入的东西。.

说到科技,你怎么看待人工智能、机器人技术,甚至类人机器人?.

我对正在发生的一切感到非常高兴。这或许是一项终将落入错误之手的发现,不,说不定这早已发生了,因为人类常常以毁灭性的方式使用科技。但事实仍然是,我们正在见证一场堪比火之发现的革命。如果说今天百分之九十的艺术家都在批评人工智能,或对其心怀恐惧,那么我却将它视为一件极其强大的工具。就像电影之于卢米埃尔兄弟,或摄影机之于十九世纪末那样。当 ChatGPT 在意大利上线时,我甚至排队去试用它,最终借助它的帮助写出了一本两百页的书。对我而言,它是一种能为艺术带来极多、而非有所剥夺的媒介。.

我们生活在一个人人都能创作的时代。是的,这也造成了作品的极大拥挤,其中许多质量平庸。但这正是应有之义:这是创作自由所付出的代价。人工智能还将进一步扩大这种可能性:将有越来越多的人能够表达自己。真正做出精彩之作的人寥寥无几,但产量庞大本身是件好事。.

而且,自八十年代以来,艺术流派似乎已经终结,进入了一种「超级波普」与美学大杂烩的状态,什么都出现过,其反面也出现过,而现在,我们终于开始见证某种新事物的诞生。NFT 昙花一现,且在很大程度上是一场骗局。但如今,我们正处于一场真正的新艺术潮流的最初几步之中。这就像站在一个尚待完全构筑的世界的台阶前,而我为此深深着迷。.

你觉得这一进程会有终点吗?会有一种最终的实现吗?.

不会。在任何领域,我都觉得无法想象存在一种「最终的实现」。我更相信,将会有一场新的、更进一步的出离到来……

策展:Chiara Modìca Donà dalle Rose

无神论三位一体

在十字的象征体系中,两轴的交点标示着世界的中心,天与地相遇之处。米尔恰·伊利亚德(Mircea Eliade)

「因父、及子、及圣神之名」

三分性是基督教信仰中深刻的构成部分,我们不必只从「三位一体」作为三种元素归于一体这一概念去理解,即便在叙事层面,也可以回想,基督诞生之时,东方三博士所献上的礼物正是三份。「三」这个数字,作为人与灵、人与神之间联结的深刻象征,以某种方式不断被重申。

这一象征体系的表现形式,其核心枢纽正是十字架,我认为,正是从十字架出发,可以为围绕 Leone Solia 作品的思考奠定基础。十字架,就其本质而言,铰接着双重的维度,而人,即基督,成为第三极,是体现这一二元性的实体,再一次将其化为三分:横轴,耶稣那双失去生命的手所安放之处,即他最为人性、最为真实的维度,象征着内在性,象征着对必死性、对人类经验独特性的恒常留驻与依附。而在另一侧,垂直的元素,超越性,从脚延伸至头,其上方悬着「I.N.R.I.」的铭文:人不仅仅是他所经历、所生活的一切,他还是更多,他是身体,但也是精神。

「性、毒品与摇滚乐都去哪儿了?如今我们只剩下艾滋病、快克与电子乐。」Laughing Colours 乐队,《War on Drugs》

当基督的身体消失之时,当那个象征着人与神之间张力的符号被抽空了其中心性的、联结性的元素之时,会发生什么?在分析 Solia 的作品时,我们恰恰面对着这样一种动态:三位一体的角色被颠覆,不再是一个统治性的、整序性的、造物主式的存在,神已不在,神已死。

当代性,尽管对神圣多有亵渎,却始终无法、也未能真正摆脱三元的维度,仿佛这是存在需求中一种先验的构造。正如九十年代某首歌的副歌片段所揭示的那样,这一点在一整套呼应关系中得到印证,这些呼应关系似乎已用另一种神圣,取代了原本的神圣。

让我们稍作思考。当我们谈论「科学」,上个世纪以来的新信仰,时,我们不可能不承认,尽管只是浅尝辄止,那三重神圣的原初实质,在那里同样从未止息地存在着。原子,作为物质的终极象征(如果我们不深入量子物理学的话),同样由三价性所决定:电子、质子与中子。这一切向我们表明了什么?它简单地表明,「三」在生命的发展中,在结构上是不可或缺的。

那么,在 Solia 的作品中发生了什么,当三位一体回归,却披上了无神论的外衣?这是否是一种亵渎的举动?或许是,或许不是。

让我们再次回到乔治·阿甘本(Giorgio Agamben)两段极具价值的文字:

「亵渎,意味着将曾被隔离进神圣领域之物,归还给自由的使用。」乔治·阿甘本,《亵渎》

「当哈西德主义的创始人巴尔·谢姆需要完成一项艰难的任务时,他会前往森林中的某个地方,点起一堆火,念诵祷词,他所期望的事便会实现。一代人之后,梅塞里奇的马吉德面对同样的问题时,来到那片森林中的地方,说道:『我们已不再懂得如何生火,但我们仍能念诵祷词』,而一切依然如他所愿地发生了。又过了一代人,萨索夫的摩西·莱布拉比也身处同样的境况,他来到森林中,说道:『我们已不再懂得如何生火,也不再懂得如何念诵祷词,但我们知道那片森林中的地方,这应当足矣。』而这确实足矣。然而,又一代人过去之后,里申的以色列拉比也不得不面对同样的困境,他留在自己的城堡中,坐在他镀金的椅子上,说道:『我们已不再懂得如何生火,我们不会念诵祷词,我们甚至不知道那片森林中的地方在哪里,但关于这一切,我们仍能讲述这个故事。』而,这一次,这依然足矣。」乔治·阿甘本,《火与故事》

首先值得注意的是,在第二段引文中,仪式所必需的三分性再度出现:地点、火焰、祷词;另一方面,在第一段引文中,值得注意的是,亵渎的过程并非一种蓄意冲撞神圣、将其摧毁的行为,恰恰相反,它净化、开启,将重心转移向其他可能的动态。

而正是在此处,蕴藏着 Solia 作品的表达力量:一场意义的出离,从神圣走向世俗,却又重新归于神圣。艺术家自己的话,正是这一点恰如其分的例证:

「这件作品,往往也代表着我个人的愤怒,它必须直视你的灵魂。」

正是在这寥寥数语中,却极其深刻、极其密实,Solia 所引发的这场颠覆得以明确表达。倘若三位一体、神圣,曾是我们所朝向的视觉张力元素,是我们祈祷的对象,让我们想起俄罗斯人将家中最美的一角献给圣像的传统,或那些作为引路与护佑之符号、被随身携带出行的祈愿圣像,那么如今,正是三位一体本身在注视着我们,震撼着我们,在生命的竞技场中推动着我们,令我们不要在眼前所发生的一切面前止步。

或许,以最诚实的方式,Solia 也通过他的拼贴,提醒着我们:我们自身正是那贯穿于我们当下、无处不在的历史层积的一部分。这其中没有距离,只有叠加。

于是,正如德波(Debord)所主张的、提醒我们重新占有自身历史性当下的那样,Solia 的作品也在鞭策着我们(仿佛他本人便是那三位一体)不要保持冷漠,不要在我们周遭所展开的意义的黄昏面前变得懒散懈怠。

或许,真的,正是在 Solia 试图呈现的这种无神论之中,蕴藏着最神圣的一种留存与坚韧的形式。或许在此处,真的回响着葛兰西的那句吟唱:

「我憎恨冷漠者。我相信,活着就意味着要有所立场。」安东尼奥·葛兰西,《未来之城》

Solia 的无神论三位一体,在这场意义的出离之中,便是行动与救赎的允诺。正如神曾道成肉身,如今,则轮到人自身必须成为神,去救赎、去拯救,去行动、去改变。

文:Fabio Scrivanti